Il cuore nero della destra  americana

Evola e il Fascismo ispirano Bannon la mente di Trump Il rischio di tentazioni illiberali e totalitarie

«Per capire l’America di oggi mi sono immerso nella biografia di Gabriele d’Annunzio. Tutto comincia da lui, L’Italia degli anni Venti e Trenta come laboratorio politico di alcuni ambienti reazionari poi viene Mussolini, buon ultimo Trump». È la confessione che mi fa una grande firma culturale del New Yorker, Russell Platt. «D’Annunzio – mi dice Platt – elabora molti temi della cultura fascista ma è anche un genio del self-marketing, un narcisista estremo, un maestro moderno nella promozione della propria immagine. L’attuale presidente degli Stati Uniti al confronto è un dilettante, d’Annunzio giocava con ventimila vocaboli, a Trump ne bastano otto». Lo sfogo di Platt non è inusuale. Nella nostra epoca eccezionale – o che crede di esserlo per ignoranza del passato – accade pure questo: l’élite intellettuale americana, la sinistra newyorchese o l’estrema destra di Stephen Bannon, si è convinta che abbiamo inventato tutto noi. È già accaduto, e proprio in Italia Silvio Berlusconi che Trump studiò come modello molto prima di candidarsi, la Lega Nord, Beppe Grillo, gli ingredienti italiani vengono riscoperti e studiati con attenzione. Poi si risale più indietro di un secolo, a d’Annunzio e Mussolini per l’appunto.

A riscoprire l’Italia come laboratorio politico – non in senso positivo – fu un intellettuale neoconservatore ma anti-trumpiano, Robert Kagan. Era il 18 maggio dell’anno scorso, The Donald non aveva neppure vinto la nomination repubblicana. Kagan dalle colonne del Washington Post lanciò quel terribile allarme: «Così il Fascismo arriva in America». Seguì un revival di vendite per alcuni romanzi premonitori, sul filone della fanta-politica: «Da noi non può succedere» di Sinclair Lewis, anno 1934, che immagina un fascista alla Casa Bianca al posto di Franklin Roosevelt, o il più recente «Complotto contro l’America» di Philip Roth che ha una trama simile. E giù tutti a ristudiarsi gli anni Venti e Trenta, quando non furono Stalin o Hitler ma proprio Mussolini ad affascinare tanti americani illustri: Henry Ford, Charles Lindberg, William Randolph Hearst, perfino il padre dei Kennedy.

Il “rivoluzionario” prima ancora del fascista, secondo la definizione di Renzo De Felice: il Mussolini eclettico e ambiguo che manipolava idee socialiste o nazionaliste, piaceva alla piccola borghesia impoverita dalla prima guerra mondiale, e ai grandi industriali o agrari reazionari. L’allarme di Kagan del maggio 2016 e le paure dell’intellighenzia progressista potevano sembrare delle esagerazioni. Fino a quando sulla scena è apparso Stephen Bannon, l’eminenza grigia di Trump, elevato dal presidente nel circolo dei consiglieri più intimi, nominato perfino nell’organismo istituzionale che elabora strategie militari e di politica estera, il National Security Council.

Bannon è l’ispiratore di alcune delle mosse più controverse, come il decreto sigilla-frontiere bloccato dai tribunali. Di Bannon si conoscevano i trascorsi nel sito di fake-news Breitbart, i legami con l’estrema destra detta “alt-right”, perfino con esponenti del Ku Klux Klan. Fin qui siamo nell’alveo della destra reazionaria americana, i suprematisti bianchi, che negli anni Sessanta esprimeva dei leader politici nazionali come George Wallace e Barry Goldwater ( meno fortunati di Trump ). Ma è lo stesso Bannon che a un certo punto ha tirato in ballo l’Italia, come patria dei suoi “classici”. The New York Times di recente ha indagato sull’ammirazione dichiarata di Bannon per Julius Evola; e al tempo stesso i suoi legami coltivati attraverso Breitbart con gli ambienti tradizionalisti del Vaticano. Nasce un neologismo per designare questo mondo, è in disuso “teocon”, ora si dice “rad-trad” ovvero radical-tradizionalisti.

Sulla rivista The Atlantic, il conservatore dissidente David Frum pubblica un saggio intitolato «Come si costruisce un’autocrazia»: secondo lui ci sono le condizioni perché l’America soccomba alla tentazione illiberale, perfino totalitaria, se il Congresso e l’opinione pubblica si arrendono al trumpismo. Tra le analogie più audaci, c’è chi connette il “biennio rosso” italiano che portò alla vittoria Mussolini, e gli eccessi del “politically correct” nei campus universitari Usa non certo per un’equivalenza con le violente proteste e scioperi che paralizzarono l’Italia nel 1920, ma per il senso d’identità e di valori minacciati nel ceto medio benpensante.

Timothy Egan sul New York Times ricorda che se il Fascismo in America non sfondò, è solo perché ebbe di fronte un altro populismo efficace, quello di Roosevelt che mise al centro delle sue politiche “the Forgotten Man”, l’uomo dimenticato, l’operaio bianco all’ultimo livello della piramide sociale. The Forgotten Man: esattamente l’espressione che Trump ha copiato nel suo discorso del giuramento, Inauguration Day, 20 gennaio.

La Repubblica 12/2/2017

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