II gioco ambiguo del Giano bifronte americano

È politica estera? Trump alterna la voce dello scontro a quella della diplomazia. Un occhio alla politica, l’altro al portafoglio

«Qual è la mossa successiva se non si sa quale sia il gioco?», è una delle battute pronunciate nel film di Spielberg “Il ponte delle spie” su un episodio della guerra fredda, forse più attuale che mai dal momento che circolano voci sulla possibile consegna da parte dei russi di Snowden agli Usa. Voci che magari domani saranno smentite, ma che in ogni caso dovrebbero preoccupare anche l’imam turco Gulen in esilio negli Usa, del quale Erdogan richiede l’estradizione come responsabile del golpe fallito del luglio scorso.

Ma qual è il gioco di Trump? È più facile capire quello di Putin che con l’intervento in Siria ha messo il mondo occidentale davanti al fatto compiuto, come del resto ha fatto con l’annessione della Crimea. Putin ha un obiettivo: il riconoscimento dell’annessione e la fine delle sanzioni. Ma potrebbe accontentarsi pragmaticamente di qualche cosa di meno: una sostanziale indifferenza di Trump alla difesa del fianco orientale della Nato e dell’Europa. Una è ritenuta da lui inefficace nella lotta al terrorismo islamista e l’altra incapace di difendere gli interessi degli Usa, un discorso per altro reversibile esaminando i disastri recenti della politica americana in Medio Oriente.

Il presidente americano è scattato come un bolide di Formula Uno dalla griglia di partenza, per poi innestare un’improvvisa retromarcia. Ha attaccato Pechino sostenendo Taiwan, per poi dichiarare che «la Cina è una sola». L’unico leit motiv che non sembra conoscere rapidi passaggi di umore e di stagione è la contrapposizione con l’Iran degli ayatollah che a loro volta, dopo le nuove sanzioni di Washington per il lancio dei missili balistici, replicano tetragoni a Washington senza cedere di un millimetro. Non hanno troppa paura delle minacce americane perché saprebbero come colpire Israele, l’unico vero alleato dell’America di Trump.

Il presidente americano appare come un sorta di Giano bifronte. Un giorno parla con la voce dello scontro, un altro usa i toni della pace e della diplomazia. Trump è assai più ambiguo di quanto non possano rivelare alcune delle sue dichiarazioni o decisioni, come il bando sui visti a sette Paesi musulmani contestato dai giudici americani. In sostanza è insofferente a lacci e lacciuoli della legalità interna e internazionale.

E quando non trova soddisfazione cerca il bersaglio facile, quello più vulnerabile. Nel mirino adesso sono entrate le Nazioni Unite che in campagna elettorale aveva già definito «un club di chiacchiere». Cosi gli Stati Uniti hanno messo il veto alla nomina dell’ex premier palestinese, Salam Fayyad, come inviato delle Nazioni Unite in Libia. È questo il nuovo braccio di ferro di Trump. La nomina «manderebbe un messaggio sbagliato all’Onu dove la Palestina non gode dello status di membro a pieno diritto», ha detto l’ambasciatrice Usa, Nikki Haley, che ha anche accusato le Nazioni Unite di essere «da troppo tempo parziali nei confronti dell’Autorità palestinese a danno di Israele». Il governo israeliano ha appena regolarizzato gli insediamenti illegali nei territori della Cisgiordania e l’Onu ha dichiarato che «Israele è andato oltre la linea rossa». Trump, dopo avere fatto marcia indietro sugli insediamenti, ha quindi approfittato del caso libico per dare un calcione all’Onu e una mano al premier israeliano Benjamin Netanyahu, che sta per andare in visita alla Casa Bianca.

Più che una linea di marcia chiara e definita, Trump ha degli “amici” con i quali è incline a fare dei favori, una volta a Israele, un’altra al re saudita Salman, che sta per privatizzare nel 2018 il 5% di Aramco, il primo gruppo mondiale per capitalizzazione: un occhio è rivolto agli interessi geopolitici, e un altro al portafoglio.

È un pragmatico che però lascia sempre aperta una domanda: qual è davvero il suo gioco?

Il Sole 24 Ore 12/2/2017

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