Donald Trump, un sogno dentro un sogno

Per Stephen Dedalus la storia era un incubo dal quale non si era ancora risvegliato

In certi casi per essere Dio basta vivere in un appartamento ai piani alti che dia su una strada molto trafficata. Affacciandoti al balcone con un bicchiere di sangue ghiacciato in mano, vedresti, con qualche secondo di anticipo rispetto a chi sta in terra, un brutto incidente tra via dei Bravi democratici e viale del Risentimento. L’incrocio è piuttosto pericoloso, avrebbe bisogno di un semaforo. Il conducente dell’auto elettrica, una Tesla ben climatizzata, nell’autoradio l’Unplugged dei Nirvana, i finestrini pieni di adesivi contro la pena di morte e il razzismo nel mondo, proprio non immagina che, affondando il piede sul freno, eviterebbe lo scontro terrificante con il tir che tra poco sbucherà da sinistra lanciato a tutta velocità in direzione opposta, e due secondi dopo ignora che l’impatto è inevitabile. Dio scuote il bicchiere, beve un sorso dal drink, dà le spalle alla scena, rientra nei suoi appartamenti, chiude le finestre del balcone e mette su un notturno di Chopin, in modo che, quando le urla della gente si alzeranno verso il cielo, il cielo sembrerà a tutti indifferente.

Non c’era bisogno di ricorrere al soprannaturale per non lasciarsi sorprendere dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni americane. La preoccupazione, perfino lo sconforto, sono legittimi. Lo scandalo è colpevole, e alimenta senza rendersene conto il movimento che erige muri tra Messico e Stati Uniti, che erige muri tra Ungheria e Serbia, che in Francia tira la volata per Marine Le Pen, che nel Regno Unito vota per la Brexit, che rafforza la Lega nord in Italia, che facendo di tutti i musulmani dei potenziali terroristi e di tutti i democratici con un discreto status sociale dei potenziali oligarchi, cerca – come non potrebbe evitarsi di fare – il capro espiatorio perfetto per la più grande crisi mondiale da settant’anni a questa parte.

E poi diciamolo, il conducente della Tesla stava sul cazzo a tutti. Tra l’altro non è morto. L’incidente ha provocato qualche vittima tra i passanti. Il conducente della Tesla è stato pochi giorni in terapia intensiva, è stato dimesso e rispedito a casa. Tra poco sarà di nuovo in mezzo a noi, ci offrirà una centrifuga allo zenzero e tornerà a parlarci di Martin Luther King e di Mick Jagger, proporrà ancora una volta se stesso quale unico vero garante della democrazia presente sulla piazza, e in questo modo chiamerà su di sé non più un camion ma un meteorite, che lo cancellerà in via definitiva dal discorso pubblico, ma farà piombare la maggior parte di noi in qualche decennio di oscurità e caligine, la Cimmeria diffusa che il secondo decennio del ventunesimo secolo sta sognando in modo magistrale.

La sinistra autoindulgente

Perché il discorso della sinistra è oggi tanto inefficace? Perché non ha fermato Donald Trump e non sembra sortire effetti concreti contro i populismi, i neorazzismi, le derive genuinamente antidemocratiche che agitano venti di tempesta in Europa e negli Stati Uniti? Ma è poi ancora definibile “di sinistra”, quel discorso? A sua volta la destra, per vincere, sta parlando una lingua che storicamente le appartiene? O c’è magari qualcosa di nuovo sulle scaglie del Grande Rettile Contemporaneo, che si muovono all’unisono con le rughe d’espressione di Donald Trump mentre insulta donne e migranti, ma addirittura sembrano scintillare – quelle stesse scaglie verdi – negli occhi delle star di Hollywood che in nome del progressismo attaccano Trump (questo bugiardo di talento, questo sessista, violento, stupido, incoerente, folle, pericoloso) dicendo che non dovrebbe/potrebbe mai diventare presidente degli Stati Uniti?

Le dichiarazioni indignate degli autoproclamati eroi della democrazia, grazie a un automatismo quasi sonnambolico, sono poi riprese dalle homepage dei quotidiani online di mezzo mondo, tra la notizia di una strage di bambini ad Aleppo e un video in cui si celebra l’anniversario di un qualche happening in una qualche isola di Wight. È così che i contenuti arrivano a noi, di giorno in giorno, tirati a riva dai professionisti della comunicazione: così carichi di buonsenso, e così palesemente falsi.

Da una parte, dunque, il discorso della sinistra (preoccupato di erigere una diga contro la piena) è troppo privo di forza trasformativa per essere davvero di sinistra, almeno per come siamo abituati a concepirla dalla seconda metà dell’ottocento.

E ovviamente il secondo problema consiste nel fatto che nessuno (da Donald Trump a Viktor Orbán, da Hillary Clinton a Matteo Renzi a Beppe Grillo a Robert De Niro a Roberto Benigni, da Bruce Springsteen a chi ha manifestato tra le robinie di Zuccotti park, al sottoscritto) accetta in cuor suo di avere mai messo in pratica la condotta tanto equivoca che fa ciclicamente tintinnare di piacere le scaglie del Grande Rettile.

Raskolnikov aveva la sufficiente forza interiore per arrivare a pentirsi del suo crimine. Harry Lime – il terribile deuteragonista di Il terzo uomo, che si arricchisce nell’immediato dopoguerra spacciando penicillina adulterata – sapeva di essere una canaglia. Noi fatichiamo a imputarci anche la minima mancanza. Sventurata l’epoca che smantella lo spazio interiore necessario a dirsi “ho sbagliato”, “sto tradendo i miei ideali”, “per troppa debolezza mi sono ritrovato a fare il gioco della forza che volevo contrastare”, “mento sapendo di mentire”, “danneggio i miei simili per ottenere un vantaggio personale”.

Ma perché accade questo? Se perfino a San Pietro fu concessa la libertà di rinnegare Gesù e averne consapevolezza, che assurda epoca è quella in cui siamo persuasi che il minimo errore ci sarà fatale, e che l’artiglio di un dio molto più cattivo di quello dei vangeli arriverà a divorarci non appena la nostra colpa salirà a fior di coscienza? Dunque: meglio non farla affiorare.

In balia di un Super-Io mutante

A quanto pare non dobbiamo più vedercela con un dio onnisciente, ma con un demiurgo, una deforme entità malvagia, ansiosa di annichilirci alla certificazione della nostra prima mancanza ma incapace di addentrarsi senza il nostro aiuto nelle profondità dell’inconscio, il pozzo dentro il quale stiamo di conseguenza attenti a non guardare neanche noi, poiché gli occhi del demiurgo si aprono e si chiudono quando lo fanno anche i nostri. Temo sia questo uno dei fatali automatismi della nostra epoca. A oltre un secolo dalla lezione di Freud, a novant’anni da quella di Joyce e dei surrealisti, è stato militarizzato il canale di comunicazione tra stato di coscienza e ciò che si muove di sotto. Quello che la sinistra ci aveva abituato a chiamare capitale (e che nel ventunesimo secolo meriterebbe forse nuovi nomi) deve avere a un certo punto provocato un deragliamento nelle nostre impalcature interiori, portando il Super-Io a ruotare di quarantacinque gradi.

So che corro un rischio a utilizzare, forzandoli, i vecchi schemi freudiani nel tentativo di interpretare l’epoca del risentimento, dell’ultraviolenza verbale e della post-verità, ma la strozzatura storica in cui stiamo viaggiando mi pare così deprimente, così pericolosa, e al tempo stesso così sfuggente nei suoi aspetti profondi, così poco portata alla luce nella sua essenza, che smettere di giocare sul sicuro, concedersi il pericolo di sbagliare, accarezzare le ingannevoli scaglie del Rettile restituendo la sensazione, mi sembra quasi un dovere etico. Se non coglierò nel segno, lo farà chi – con più forza e intelligenza – toglierà analogamente la rete sotto il filo sopra cui cammina.

Classicamente il Super-Io è il nostro gendarme interiore, il censore che giudica i desideri umani e ne previene le azioni più libidinose e distruttive, l’apparato di comandi e divieti sociali che da una parte svolge un ruolo repressivo, mitigando e nei casi peggiori menomando la forza dei nudi desideri, ma dall’altra impedisce al nostro lato più selvaggio di fare danni. Secondo il canone novecentesco sarebbe l’Io, la nostra parte cosciente, a destreggiarsi tra il gendarme del Super-Io e la parte pulsionale, vale a dire l’Es, “la voce della natura nell’animo dell’uomo”. L’Io media il rapporto tra le istanze vitali dell’Es – così irrazionali, oscure, violente, ma anche cariche di mistero e possibilità – e le severe richieste del Super-Io, la Macchina censoria e castratrice alla quale dare troppo spazio produrrebbe effetti persecutori, ma il cui uso saggio donerebbe equilibrio alla vita interiore.

Ma cosa accade se, anziché l’Io, diventa il Super-Io il principale mediatore tra parte cosciente e giungla pulsionale? Se il gendarme che dovremmo usare per regolare il traffico delle nostre pulsioni più sfrenate impazzisce con metodo e prende il sopravvento? Se, divenuto ipertrofico, sfugge del tutto al controllo della sfera cosciente? Se ruota di quarantacinque gradi, lasciando sulle nostre teste le aperture infinite di un ingannevole “cielo stellato”, e mette buona parte di se stesso sulla linea di confine tra Io e Es?

Il problema è che il censore ha subìto profonde mutazioni rispetto al suo omologo di un secolo fa. Se una società postvittoriana lascia in eredità un rigido codice comportamentale fondato sul divieto, quale tipo di gendarme produrrà una società iperpermissiva, i cui imperativi non riguardano l’astensione dal ma una continua istigazione al godimento? Quale scissione della “personalità” sviluppa un censore a cui è affidato il compito paradossale di ordinarci di essere liberi e di godere? Che imperativo è quello che dispone il suo contrario?

Da una parte, viviamo in una società fondata sulla bulimia forzata – l’ottimizzazione, cioè l’esasperazione delle nostre energie desideranti perché producano consumo, dunque profitto, ci crea intorno un sistema disciplinatorio dalla rigidità via via più soffocante. Dall’altra, se giocassimo a carte del tutto scoperte, rischieremmo il caos e l’autodistruzione, perché la conseguenza di una libertà di godere illimitata è la legittimazione dell’omicidio, dello stupro, dell’incesto, del saccheggio, della distruzione, dell’altrui riduzione in schiavitù.

Il Super-Io rischia allora di diventare un mefistofelico agente doganale, che da una parte nega formalmente il diritto di cittadinanza alle nostre pulsioni primarie, mentre dall’altra (cambiandogli di nome a nostra insaputa) lascia che molte di esse passino il confine allo scopo di potenziare l’ordine sociale di cui, quel medesimo Super-Io, è il più fedele servitore.

Qui arriva la prima beffa. L’istigazione al godimento delle società iperpermissive non è funzionale al piacere dei singoli membri, cioè noi. Serve piuttosto a rafforzare la sua stessa intelaiatura. Se un tempo ci si doveva sacrificare per la salvezza della patria, oggi bisogna godere per favorire il potenziamento della rete di cui facciamo parte. La società dei consumi è tanto più potente quanto più è sfrenata: il suo combustibile è un godimento che viene da noi, ma non per noi.

Il risultato di questo deragliamento sarebbe un Io pericolosamente lasciato libero di fare tutto (si sente frustrato se non riesce a farlo, ma, poiché il destinatario ultimo del godimento non è lui, si sente annichilito se ci riesce), e, al tempo stesso, un sistema sociale che aumenta a dismisura il suo grado di severità. Massimo della libertà nel massimo della repressione. A godere davvero sarebbe la Macchina, la Luminaria, il fittizio “cielo stellato” alimentato dai cortocircuiti del Super-Io diventato ormai un sub-dio. Un dio onnisciente, vedendo tutto, ci lascerebbe più liberi. Un dio onnisciente si limiterebbe a punire la nostra parte inaccettabile, che almeno ci verrebbe riconosciuta.

Devoti a un piccolo dio

Il risultato è anche un mondo che per certi versi ci appare mostruoso (la legge del godimento sfrenato è, per forza di cose, anche la legge del più forte), ma del quale facciamo una fatica mostruosa a sentirci complici. Ci sentiamo al contrario delle vittime solitarie, e ci scagliamo con violenza contro quelle che leggiamo sempre e solo come le colpe altrui. Ma si è mai vista una vittima sacrificale così violenta, esacerbata, incattivita, impietosa, come siamo capaci di diventare nel contesto della vita pubblica? Di solito ci si sbrana tra conniventi, al massimo tra gladiatori, tra servi che faticano a vedere su se stessi il segno che riconoscono su chi gli sta di fronte.

Si colpisce nell’altro la parte che si odia di sé, e si colpisce nell’altro il meccanismo di occultamento che non siamo stati capaci di portare alla luce per noi stessi. La sete di giustizia si trasforma in giustizialismo seguendo questi tipi di percorsi. Non vediamo l’ora che l’altro sbagli per allontanare da noi l’ombra della colpa: la colpa di servire lasciandosi derubare. Se solo l’errore dell’altro venisse alla luce, l’illusione di essere duri e puri avrebbe raggiunto il suo grado di perfezione, perché avremmo trasformato l’oggetto nevrotico dei nostri sospetti in un capro espiatorio (lui davvero sì) su cui scatenare la violenza accumulata.

Che comunità è dunque quella i cui individui da una parte credono ciecamente nel proprio diritto al godimento (lasciando il godimento del diritto alla Macchina, per meglio dire al Rettile) e dall’altra non perdonano ai loro simili la minima colpa, dal momento che sbagliare è la vocazione del genere umano? Una città, un paese, una civiltà i cui componenti non possono sbagliare, ma al tempo stesso non possono evitare di farlo, rischia di diventare una macchina improduttiva, un inutile accumulatore di tensione che a un certo punto, per non crollare su se stesso, è costretto a chiedere (e ottenere) un momento brutale di discontinuità.

I prossimi anni diranno se Donald Trump rappresenta questo tipo di discontinuità in via definitiva, o se è solo la prima importante inversione di rotta in un’escalation destinata a crescere di intensità.

“Hillary è il diavolo”. “Dicono che ho gli elettori più fedeli: potrei starmene nel bel mezzo della Quinta avenue e sparare a qualcuno, e non perderei un voto. Incredibile, no?”. “Se vedete qualcuno pronto a lanciarmi un pomodoro, colpitelo. Lo fareste? Davvero… Colpitelo. Seriamente. Ok? Colpitelo… pagherò io le vostre spese legali. Ve lo prometto. Non costerà nemmeno molto, perché il tribunale è d’accordo con noi”. “Per tutta la vita sono stato avido, avido, avido. Ho afferrato tutto il denaro che potevo”. “Sono attratto automaticamente dalla bellezza. Le bacio subito. È come un magnete. Nemmeno aspetto. Quando sei una star te lo lasciano fare. Puoi fare tutto. Afferrale dalla fica. Puoi fare tutto”. “Le donne vanno trattate di merda”. “Il pezzo che preferisco di Pulp fiction è quando Sam tira fuori la pistola a cena e intima alla fidanzata di stare zitta. Dire a quella zoccola di stare calma: ‘Puttana, datti una calmata!’. Amo queste frasi”. “Chiedo una totale, completa interruzione degli ingressi di musulmani negli Stati Uniti”. “Il riscaldamento globale è un’invenzione dei cinesi, per i cinesi, in modo che l’industria manifatturiera statunitense non sia competitiva”. “Una fonte molto credibile mi ha chiamato per dirmi che il certificato di nascita di Barack Obama è falso”. “Quando il Messico manda qui la sua gente non ci sta mandando il meglio. Portano droghe. Portano crimine. Sono stupratori”. “Il sistema legale messicano è corrotto, come parte del Messico”. “Io do soldi a chiunque mi chiama, così poi quando io lo chiamo mi aiuta. È un sistema corrotto, ma funziona. Ho dato soldi anche a Hillary Clinton. In cambio lei è venuta al mio matrimonio”. “Barack Obama è il fondatore dell’Isis. Hillary Clinton la cofondatrice”. “Non venitemi a dire che la tortura non funziona. Funziona”. “Se mi chiedono cosa penso del waterboarding io dico che per me va benissimo, ma dovremmo fare qualcosa di molto più forte”. “Accadranno brutte cose. Un sacco di brutte cose”. “Meglio un giorno da leone, che cento da pecora”.

Non sarà chi governa a limitare i tuoi impulsi peggiori

Donald Trump non è diventato presidente degli Stati Uniti nonostante la violenza del suo linguaggio, la bugia come strumento retorico, la verità come optional, l’odio come argomento elettorale. Donald Trump ha portato quasi 63 milioni di americani a votarlo, felici di farlo, proprio in ragione del fatto che ha ribaltato il tavolo sotto cui il nostro apparato censorio giocava alle tre carte tra divieti e diritto/dovere a soddisfare le pulsioni primarie, mostrandoci, per qualche attimo, ciò che la società ci sta davvero dicendo via via più intensamente da molto tempo a questa parte.

È questo il sogno che Donald Trump ha regalato agli americani. In questo spazio onirico ti potrebbe venire voglia di sparare a qualcuno nel bel mezzo della Quinta avenue. Bene, puoi farlo, purché tu abbia un numero sufficiente di fan pronti a proteggerti. Vuoi colpire quelli che lanciano pomodori contro il tuo candidato preferito? (O magari non vedevi l’ora di colpire qualcuno, e aspettavi solo una scusa per farlo). Bene. Puoi colpire duro, pagheremo noi le tue spese legali, in tribunale abbiamo degli amici. Sei avido, affamato di soldi, pronto a tutto pur di farne tanti? Non sarà certo il presidente degli Stati Uniti a suggerirti di darti una calmata. Né ti dirà che esiste il riscaldamento globale, se tra i tuoi diritti inalienabili ritieni ci sia anche quello di inquinare.

Vuoi calunniare chi detesti dichiarando il falso? Fallo, nessuno ti chiederà di provare ciò che dici, il tuo nemico sarà infangato per bene, così la frustrazione smetterà di farti visita. Vuoi condannare la corruzione altrui e interpretare quella che ti porta dei vantaggi come la prosecuzione con altri mezzi di una lecita scalata al successo? In questo sogno non c’è nessuno così pignolo da venire a farti i conti in tasca. E poi si sa, arriva sempre il momento in cui certi sogni si fanno un po’ bagnati. Le donne. Vuoi afferrarle per la fica? Puoi farlo. Puoi finalmente sentirti libero di dire a una donna che è una cagna, che è una lurida puttana. O magari cerchi qualcuno di autorevole che ti faccia accarezzare il sogno dell’incesto (”Come trovi mia figlia? Non credi che sia calda?”, disse Trump qualche anno fa a chi lo intervistava per la Cnn, “va benissimo se chiamano mia figlia Ivanka ‘pezzo di fica’, lei è davvero sensuale. Ha un seno voluttuoso, tutto naturale. Sai che è una delle donne più belle del mondo? È alta, ha un corpo incredibile… Se Ivanka non fosse mia figlia, vorrei uscire con lei”).

Ma i sogni bagnati rischiano di sfociare nel sogno di grandi bagni di sangue. Così, potrebbe succedere che tutta questa libertà di odiare, maltrattare, colpire, calunniare, umiliare, alla fine non ti porti chissà quanti vantaggi. Può darsi che non ti trasformi in un vincente, che non ti faccia guadagnare milioni di dollari, che non ti metta sui divanetti di uno yacht o di un aereo privato diretto verso un resort in Kenya. Anzi, a ben vedere di soldi in tasca ne hai sempre meno, sul lavoro va male e tu ti senti sempre più marginalizzato, perché è ovvio che in un mondo dove vige la legge del più forte, i forti e i potenti saranno molto pochi, sempre più forti e più potenti, e i disgraziati diventeranno legione. Che ti succede? Sei arrabbiato? Niente paura: questo sogno è provvisto di capri espiatori su cui sfogare la tua furia. I messicani. Hillary Clinton. Gli islamci. O chi per loro.

Non è chiaro se alle parole Donald Trump farà seguire i fatti. Non si capisce se gli Stati Uniti entreranno politicamente nella dimensione di arbitrio e violenza finto-vittimaria costruita retoricamente tanto bene dal loro nuovo presidente, o se la campagna elettorale di Trump è stata solo una baracconata, un chiassoso esorcismo, una pirotecnica manifestazione di suprematismo a stelle e strisce volto ad accompagnare, occultandolo, il declino della potenza americana per come l’avevamo conosciuta dalla fine della seconda guerra mondiale.

Se il ventunesimo secolo sarà cinese, o indiano, o addirittura russo, meglio scendere dal podio fingendo di schiacciare con violenza tutti gli altri verso il basso, e arraffando tutto quel che si può. Ciò che conta, tuttavia, è che Donald Trump abbia mostrato per qualche istante il vero volto della struttura, la Macchina per come realmente sta funzionando sotto i nostri piedi, e a milioni di persone questo è piaciuto.

Così torniamo alla domanda iniziale: in cosa ha sbagliato la sinistra, dimostrandosi un’alternativa tanto debole rispetto al faccione beffardo di Trump?

La più grave responsabilità sul piano economico della sinistra negli ultimi anni – è stato detto e scritto tante volte – sta nel non aver difeso i più deboli, nel non essere riuscita a evitare il rallentamento e poi la stasi dell’ascensore sociale, nel non aver favorito la redistribuzione delle ricchezze, e in non pochi casi nell’aver prestato il fianco a quella forza che ha concentrato risorse e denaro in sempre meno mani facendo sprofondare la classe media nell’allucinante dimensione di un proletariato senza prole, e i veri indigenti nell’antinferno di una cittadinanza deforme dove istruzione, sanità, lavoro, e in certi casi la nuda sopravvivenza cessano di essere un diritto: figuriamoci quale posto può occupare per i più deboli la speranza di incarnare un elettorato consapevole.

L’idea e il metodo

La responsabilità politica della sinistra non è da meno: non riuscendo da una parte a dotarsi di una struttura capace di stare al passo con i mutamenti economici e tecnologici, e dall’altra rinunciando a un vero rapporto con la cittadinanza, con la base, con il popolo, scoraggiando qualunque vera forma di partecipazione dal basso, ha fatto sorgere perfino tra i suoi elettori il sospetto che, per come funziona il mondo oggi, la democrazia sia una forma di governo obsoleta.

La responsabilità culturale della sinistra è tuttavia, se possibile, ancora più grave di quella politica ed economica. Probabilmente precede e determina entrambe.

Nel ventunesimo secolo la sinistra ha cessato di incarnare una vera forza critica rispetto al Capitale, rinunciando a ciò che storicamente era stata la sua stessa ragion d’essere. Se il mondo atlantico, da una parte, e il grigio impero sovietico, dall’altra, avevano consentito alla migliore sinistra europea e americana di sviluppare un atteggiamento eretico rispetto alle grandi ortodossie novecentesche, questo privilegio è crollato insieme al muro di Berlino.

Possibile che si sia confusa l’importanza del messaggio con le fattezze equivoche (non di rado mostruose) del suo ambasciatore ufficiale? Possibile che perfino la sinistra meno fedele alla linea abbia creduto in cuor suo che non solo l’escatologia del pensiero marxista, ma anche quella di tutto il socialismo utopistico anteriore al 1848, e del socialismo libertario successivo, fosse un tutt’uno con chi più spesso aveva avuto occasione di tradirla, vale a dire con il Partito comunista dell’Unione Sovietica, con il politburo moscovita, e che, una volta dissolto questo, finissero anche le speranze di un modello alternativo?

Per quanto strano, pare sia accaduto proprio questo. Nonostante la migliore sinistra europea non abbia fatto altro, nel secondo novecento, che stracciare le tessere del Partito comunista, condannare l’imperialismo sovietico, deridere i leader comunisti d’occidente per come di stagione in stagione riuscivano a rendersi grotteschi flirtando ora con Mosca ora con Washington, l’impressione è che quegli stessi eretici fossero in realtà convinti, nel segreto della loro coscienza, che i portatori istituzionali del messaggio – al di qua e al di là della cortina di ferro – fossero i veri depositari della Grande Idea. Finiti gli uni, reciso per sempre il legame con l’altra.

L’impressione è che, negli anni novanta, la sinistra abbia in apparenza provato a conservare per così dire il metodo, rinunciando all’Idea, all’escatologia, col risultato che anche il metodo, perfino nella media distanza, ne ha risentito. Scattato verso l’interno uno scambio ferroviario, anche il metodo è stato messo in circolo, al servizio del Capitale. Ridurre gli effetti più preoccupanti del capitalismo, che oramai si riconosce come unico modello possibile. Essere un correttivo, spacciandosi per un’alternativa: ecco cosa si è ridotta a fare la sinistra dalla fine del novecento. Brevettare le Marlboro Light, pubblicizzandole come la grande alternativa alle Marlboro Rosse. Come se la differenza la facesse la quantità di catrame. Come se il capitalismo non fosse già una Grande Narrazione, e i suoi “correttivi” delle sottotrame.

Una meta che ci trascenda

La sinistra istituzionale ha dimenticato che l’essere umano ha ancora bisogno di grandi idee. La disinvoltura con cui vi ha rinunciato dice molto della sua lontananza dal nostro nucleo più segreto e irriducibile, il che si può spiegare solo con l’assoluta dissociazione che soffre rispetto a se stessa e al suo ruolo. La grandezza di Roma, conosci te stesso, porgi l’altra guancia, il raggiungimento del nirvana, il reich millenario, lo sviluppo illimitato, l’uomo misura di tutte le cose, l’abolizione della proprietà privata, la proprietà privata come diritto divino, il mito di Faust, di don Giovanni, di Prometeo, amerai il prossimo come te stesso, la fine di ogni violenza, aprite le porte della percezione, a morte agli infedeli…

Per quanto creature deboli e molto più stupide di quanto ci illudiamo di essere – o forse in ragione di questi limiti – siamo ancora consumati dal bisogno di una meta che ci trascenda. La storia umana sarebbe cambiata nei secoli quanto quella dei pinguini se non ci fossimo ciclicamente lanciati all’inseguimento di un grande obiettivo (o di un sogno) in grado di cambiarci per sempre. Alcuni sono sogni toccati dalla grazia, altri veri e propri incubi, ma se con la buona disposizione ai secondi recidi la possibilità dei primi, dell’uomo resta troppo poco.

A partire dagli anni novanta la sinistra pretende di sognare in proprio, mentre in realtà è il personaggio secondario di un sogno altrui. È in quel periodo che dà i primi vagiti la creatura ridicola, oggi diventata insopportabile a tanti, che potremmo chiamare Bravo democratico, o Bravo progressista, il proprietario della Tesla tutto dedito alle buone cause travolto da un tir nel raccontino con cui ho cominciato il mio insufficiente tentativo di messa a fuoco.

Chi è il Bravo progressista? Uno che spaccia correttivi per grandi idee. Uno che lavora per il suo avversario convinto di stare dall’altra parte. Come ogni servo sciocco che abbia di sé una grande considerazione, la tentazione del Bravo progressista è assumere atteggiamenti da aristocratico, lavorando di fatto prima ancora che al soldo all’idea di un capitalismo fattosi di lustro in lustro sempre più violento. E in che cosa è consistito il lavoro con cui la sinistra più fatua e presentabile ha provato a sopravvivere al suo stesso suicidio, portando acqua all’avversario di ieri, oggi suo datore di lavoro, colui nei cui sogni la sinistra è solo un ospite e un elegante maggiordomo? Il politicamente corretto, per esempio: cioè l’altro lato della disciplina.

Addomesticare il pensiero libertario

Occuparsi della cultura non è forse storicamente una prerogativa della sinistra? Continuare a lasciarglielo fare – non più nel proprio sogno di cambiamento, ma in quello della Macchina – è stato uno dei colpi vincenti grazie al quale il liberismo più sfrenato ha potuto colonizzare un terreno che altrimenti gli sarebbe stato ostile.

Addomesticare il magnifico animale. Trasformare le libertà in galateo – di fatto, disciplinarle. Di questo si è reso complice il politicamente corretto. Se nel secondo novecento la sinistra più eretica e anticonformista ha avuto un merito, è stato quello di provare a spalancare per i singoli, democratizzandoli, spazi di vera libertà – dal sesso, ai costumi, alla vita culturale. Abbattere un recinto e dirti che al di là c’era uno spazio in cui provare a sviluppare la tua persona. Per quanto ti sentissi strano, o diverso, per quanto le tue inclinazioni e le tue abitudini sembrassero intollerabili alla morale comune, il pensiero libertario veniva a dirti che avevano cittadinanza in un mondo ideale, e dunque erano praticabili da subito. Una speranza per diventare ciò che si è.

Il politicamente corretto, disciplinandole, ha trasformato queste libertà in feticci, rendendo nulla la loro forza di trasformazione individuale, sociale, politica, economica. Spalancare un recinto già aperto per poi andare a regolare il traffico al suo interno, in modo sempre più asfissiante, in uno spazio lasciato sino a quel momento all’arbitrio dei singoli. È un po’ come, nell’evoluzione del calcio professionistico, per gli spazi di manovra lasciati liberi sul campo. Spazi sempre più piccoli. Ottimizzazione crescente. Massimo della libertà nel massimo della repressione.

Il politicamente corretto ti assicura che sei libero di scopare come vuoi, salvo poi venirti a dire qual è il giusto modo di esercitare il tuo essere eterosessuale, il tuo essere omosessuale, o lesbica, o bisex, e il tuo essere sadico, masochista, feticista, gerontofilo, coprofago. Quando si pretende di disciplinare perfino il “libero” cibarsi di un bel piatto di merda, vuol dire che è finita.

Il politicamente corretto si è battuto negli anni anche per i diritti delle minoranze. Questo è meritorio, bisogna riconoscerlo. Anche qui, però, una mano ha preferito ignorare il lavoro dell’altra. Come ha molto lucidamente notato l’ultimo Zygmunt Bauman, da una parte i Bravi democratici hanno difeso le differenze culturali e i diritti delle minoranze. Ma questo – fondamentale di per sé – è stato anche un espediente per leggere la disuguaglianza come una differenza culturale. “Con questo espediente linguistico la bruttezza morale della povertà si trasforma magicamente nell’appeal estetico della diversità culturale”. La cultura della differenza come scusa per l’indifferenza davanti alle disparità.

È qui che la sinistra svolge un fondamentale ruolo gregario nel sogno della Macchina, vale a dire del Rettile. Se questo meccanismo perverso non fosse scattato, forse i due mandati così brillanti del primo presidente nero della storia degli Stati Uniti non avrebbero prodotto nel Partito democratico la candidatura di Hillary Clinton (se avesse vinto lei, gli Stati Uniti si sarebbero ritrovati nel 2020 ad avere ben 24 anni di presidenza, negli ultimi 32, affidati alle medesime due famiglie), non avrebbero prodotto nei cittadini tanto risentimento, e dunque l’elezione di Trump.

Trasformare il pensiero libertario in politicamente corretto era uno dei sistemi per far fare alla sinistra il gioco del nemico, illudendola di sognare ancora in proprio. Il politicamente corretto ha tutte le caratteristiche del maggiordomo che si crede un gran signore: è pignolo, non gentile; ossessivo, non empatico; velleitariamente aristocratico, non inclusivo; sterilizzato, non candido; notarile, non giusto; educato, non socievole; molle, non mite; freddamente feroce, non viscerale; maniacale, non spirituale; vicino al sorrisetto, mai al riso.

Se queste sono le caratteristiche del Bravo democratico, come non chiederne la testa? Chi, non avendo la forza per rovesciare i tiranni finisce per amarli, mal sopporta l’alterigia dei loro servi gallonati. Il risultato è quest’onda di populismo selvaggio. Un’onda violenta, risentita, barbarica, genuinamente fascista, uomini e donne tutti ansiosi di correre nudi verso i loro nemici di classe.

Affidare a Trump, un miliardario selvaggio, uno speculatore senza scrupoli, le speranze di sollevarsi dallo stato di prostrazione a cui quella stessa economia selvaggia e senza scrupoli ha costretto tanti suoi elettori, favorendo lui, possiede la comicità che solo certe tragedie storiche sanno evocare.

Le scaglie del Rettile sono scosse da un brivido di gioia quando un volenteroso papavero dello star system dice a Trump e ai suoi elettori come dovrebbero comportarsi in società, ma intonano un concerto per pietra e clava quando questi ultimi mandano il Bravo democratico affanculo, lo lapidano, infine lo travolgono e continuano la propria marcia su Roma o su brave new world.

Ma chi è, alla fine, il Rettile di cui con sin troppa enfasi sto parlando da tante pagine a questa parte? È la nostra parte primitiva, oscura, distruttiva, e forse ne sto parlando con eccessiva moderazione. Da dove viene un’economia così violenta, ingiusta e disuguale come quella che ha sconvolto le nostre vite negli ultimi decenni, aumentando a dismisura la forza dei più forti, e indebolendo i più deboli, portando i primi otto miliardari del pianeta a concentrare nelle loro mani tanta ricchezza quanta ne possiedono i 3,5 miliardi di più poveri?

Il doppio sogno della modernità

L’economia contemporanea – di cui la Macchina è solo il più efficace degli ottimizzatori – è in realtà una forza del passato più remoto, della preistoria, viene dai cieli bui e dalla paura atavica che alimenta il nostro lato più violento e ancestrale, l’istinto di prevaricazione, l’ansia selvaggia di strappare agli altri e mettere al sicuro per se stessi. Una forza risalita dai secoli, dalla parte meno evoluta del cervello, della coscienza, dello spirito, infilata nella potente cassa di risonanza del mondo contemporaneo, e sfuggita al controllo. Quando il nuovo presidente degli Stati Uniti arriva ad attaccare un giornalista deridendo la sua disabilità, a quale impulso sta obbedendo?

Così, una fetta di mondo è intrappolata nel sogno di Donald Trump, ma Donald Trump è intrappolato nel sogno del Grande Rettile.

Per Stephen Dedalus la storia era un incubo dal quale non si era ancora risvegliato, e il personaggio di Joyce non aveva visto la seconda guerra mondiale.

Non basterà il lascito del migliore pensiero politico prodotto dalla modernità per uscire dal doppio sogno in cui stiamo precipitando. Bisognerà attingere dalla migliore filosofia, dalla migliore elaborazione artistica, dalla più alta esperienza spirituale e religiosa (non c’è vera trascendenza che non voglia sollevarci dalla violenza originaria), assecondando quel lato che pure ci appartiene, così misterioso, così meno spiegabile dell’istinto di prevaricazione, al quale associamo istintivamente l’idea di luce. Non da bruti, non da servi. Tornare ad amare la vita da esseri umani.

http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2017/01/19/donald-trump-sogno

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